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Tagikistan: Nel paese della zuppa di pecora… un viaggio tra i Pastori dell’Asia Centrale al lavoro

 

Pubblicato sulla rivista "Cinofilia & Cultura Cinofila" 01/2011

 

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…All’improvviso in modo brusco e secco il cavallo scartò verso valle. Riuscii a riacciuffare le redini e con la coda dell’occhio vidi una macchia nera scendere come una furia, nell’erba alta, dalla collina soprastante. Per un attimo pensai al mio amuleto, riposto con il solito rito nella solita borsa prima della partenza, e dentro di me mi domandai con una certa ironia se anche questa volta mi avrebbe portato fortuna.

 

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Erano circa le nove del mattino, ed eravamo in marcia su asini e cavalli da parecchie ore, in ascesa verso i pascoli alti del sud ovest del Tagikistan. Elena Polshyna, suo figlio Nikita e Mansur Tanokov si trovavavano alle mie spalle qualche decina di metri più indietro

L’unica cosa che riuscii a sentire fù la voce di Mansur mentre gridava lanciato al galoppo col suo cavallo la sola parola che aveva imparato in italiano: “no problema”! poi un sibilo del suo bastone lungo quasi 2 metri sferzò l’aria. Il cane aveva deviato la sua traiettoria e con furia ancor maggiore si dirigeva verso di lui che ripetutamente brandiva il legno cercando di scoraggiare la determinazione di uno dei cani più belli che io abbia mai visto.

 

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Il nostro viaggio era incominciato tre giorni prima, avevamo lasciato Milano alla volta di Dushanbè. Sapevo perfettamente quello a cui saremmo andati incontro: ci aspettavano infatti i famigerati attacchi degli “Asia” che fanno la guardia alle loro greggi in Tagikistan.

 

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Il tagikistan è la più povera e piccola delle repubbliche dell’Asia Centrale, ma forse l’unica dove la pastorizia e l’allevamento di ovini, sono rimasti ancora oggi, oltre che una tradizone,  l’unico mezzo di sostentamento per la maggior parte della popolazione. Le greggi sono in genere costituite da un numero medio piccolo di capi e i pastori si spostano annualmente dalle zone steppose agli alti pascoli montani per approvvigionare loro con il foraggio.

 

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Una delle etnie che svolge tradizionalmente questo mestiere e che discende da generazioni molto antiche di pastori è (sembrerà strano) di origine uzbeka.

I pastori Kaliki sono a pieno titolo i discendenti dei nomadi che fin dalla notte dei tempi si spostano in questi grandi paesi centroasiatici a dispetto dei recentissimi confini imposti loro dai russi, (più per dividere politicamente e quindi per indebolire ogni sintomo di rivendicazione territoriale che per unire i popoli) in quell’enorme bacino geografico.

I Kaliki che per alcuni versi potrebbero essere paragonati a come erano una volta i nostri butteri dell’Italia centrale, sono orgogliosi, del loro stile di vita, del loro bestiame e dei loro magnifici cani.

 

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Uno di questi pastori si chiama Mansur Tanokov, ed è famoso dalle steppe fino alle impervie valli alpine del Tagikistan per la sua generosità e per il suo branco di cani da pastore, oltre che per il suo gregge composto da più di 1500 animali.

Ho avuto l’onore di conoscerlo di persona e di poter seguire con lui ed i suoi animali la vita ai pascoli estivi di quelle zone alpine.

 

Così, accampato in una piccola tenda a circa 3000mt. di quota affianco a cani pecore montoni e agnelli ho avuto la possibilità di osservare da vicino quale è il vero lavoro svolto da uomini e cani in quelle zone così remote e lontane.

 

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Questi cani e questi uomini sono i Pastori dell’Asia Centrale.

 

In Italia questa antica razza sta conoscendo un successo sempre più crescente presso cinofili ed allevatori.

Si tratta di cani che per via del loro carattere molto rustico e della naturale predisposizione alla guardia delle proprietà in Occidente sono purtroppo diventati oggetto di grande interesse commerciale: molti se ne sono accorti e oggi scrivono testi in cui troppo spesso si parla solo di selezione mirata alla produzione di “antifurti a 4 zampe” e attraverso l’accoppiamento dei soli soggetti più aggressivi si sconfina nel tristissimo campo del maltrattamento genetico. Altri si dedicano alla creazione di forum on-line nei quali pubblicizzano i loro cani (che arrivano per la maggior parte dall’Est Europa) come i più simili agli “originali” Centroasiatici. Questi sono  tutti cani che però del pastore ormai hanno molto poco, anzi pochissimo.

 

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Si stanno invece identificando sempre di più come i cosidetti “aborigeni” quei soggetti che ancora esistono in Asia Centrale e che ancora oggi condividono con l’uomo mitici viaggi di transumanza, attraversamenti di fiumi al fianco delle greggi impaurite, guardia notte e giorno per contrastare attacchi di lupi, orsi e leopardi di montagna.

 

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L’alta montagna è molto faticosa,  spostarsi con una carovana e accamparsi qui è ancora più difficile. E’ molto diverso dal compiere un viaggio con alberghi prenotati, autista con jeep e interprete con cui fare sopralluoghi su appuntamento durante il giorno, vedere i cani, scattare foto di fianco al pastore, e poi andare a mangiare nei ristoranti della capitale alla sera!

 

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Ma torniamo al racconto.

…Ecco che arriva il proprietario del gregge e calma il cane nero come per magia, compie un solo cenno e la “fiera” si accuccia tranquilla, così tranquilla che Mansur scende dal suo cavallo e saluta il suo collega con un abbraccio, davanti al cane senza nessun problema.

Mi accendo una sigaretta, vedere dal vivo certe cose non ha prezzo, estraggo la macchina fotografica e cerco di scattare il più possibile, ma rimango sul mio cavallo!

La marcia che ci aspetta è ancora lunga. Un altro gregge e l’ennesimo attacco mentre ancora con cavalli e asini carichi di viveri seguiamo il letto di un fiume che si insinua verso sud, in alta quota.

 

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In fondo vediamo montagne molto alte, di là c’è l’Afganistan. Ma ormai manca poco e siamo quasi arrivati, l’accampamento dove si trovano gli aiutanti di Mansur “sbuca” su un prato dietro ad un’ansa del fiume, e si capisce finalmente che qui ci sono oltre alle pecore, i suoi cani che questa volta ci vengono incontro con gioia incontenibile, cuccioloni compresi, tutto il branco vorrebbe festeggiare il pastore di ritorno.

 

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Mentre scende la sera, sul nostro campo, accovacciati su di un tappeto, beviamo tè verde e mangiamo zuppa di pecora bollita con cipolle, una vera specialità difficile da interpretare…

Cala il buio e anche il freddo e mi “rintano” nella mia tenda: ho il cuore che mi “batte a mille”, sarà l’altitudine? o sarà che è la prima notte con un gregge vero, con i famosi pastori dell’Asia Centrale?

 

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Unica regola: vietato uscire nelle tenebre, neanche per le necessità fisiologiche, i cani nell’oscurità potrebbero non riconoscerci ed attaccarci.

Sono circa le 3 o le 4 del mattino quando mi sveglio d’un colpo e sento i cani partire come guerrieri feroci, là fuori dalla mia tenda, sta succedendo qualcosa e quello che sto per raccontarvi non è la storia di una razza qualunque, ma è la storia dei cani guardiani di bestiame al lavoro in Asia Centrale, una storia vera di animali coraggiosissimi.

Questi sono adibiti alla guardia del gregge e soprattutto di notte compiono vere e proprie incessanti ronde e pattugliamenti, i branchi sono quasi sempre composti da un numero che và da 3-5 a 8-9 maschi con un massimo di 2 femmine.

 

Il lavoro da svolgere in questi ambienti è duro e le energie a disposizione sono sempre al limite.

 

Improvvisamente, ringhi di rabbia e latrati molto metallici, caricano l’atmosfera di suspance, poi urla umane e 2 spari… dopo il silenzio assoluto, solo il fiume che scorre… quello che è successo lo scoprirò al mattino: un orso nella notte è riuscito ad uccidere un asino, i cani hanno fatto il loro dovere, sono partiti all’attacco, lo hanno scoraggiato ma senza aggredirlo, hanno usato “la testa” sanno meglio di chiunque cos’è un plantigrado affamato e quali rischi comporterebbe un attacco frontale, così hanno svegliato i pastori che sparando sono riusciti ad allontanare l’orso.

Per l’asino non c’è stato nulla da fare, ma questa pare la preoccupazione minore per Mansur che dice: l’orso ritornerà e nel frattempo “sfama” i suoi coraggiosi cani con i resti del malcapitato.

 

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Il branco da lavoro di Mansur Tanokov è così composto: c’è un maschio chiaro adulto, Aktosh, il suo nome significa “sasso bianco”, una femmina che arriva dal vicino Turkmenistan e una femmina nera che si è ferita ad una zampa e stiamo cercando di medicare. Poi ci sono i cuccioli: due neri, uno bianco-nero figli di suoi cani, e due che arrivano da un gregge vicino che Mansur  ha barattato o scambiato: sono un bellissimo fulvo-pinto e uno fulvo-carbonato.

 

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Nelle giornate che seguiranno passerò molto tempo con loro, mentre gli adulti mi hanno invece incluso come parte del gregge “da difendere” e quindi sono al sicuro!

 

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Ogni giorno la pecora bollita è l’unica fonte proteica e le zuppe con lo spezzatino arrivano anche a 8 portate, non è facile rifiutare e i banchetti sul prato con panorami incomparabili sono quasi sempre gremiti da ospiti che vengono in visita per conoscere gli “occidentali”. Qui l’ospite è un dono di Allah e l’ospitalità è sacra, spesso le discussioni sono accese, alcuni parlano il russo e  meno male che ci sono Elena e Nikita che hanno la pazienza di tradurre per me.

 

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Il lavoro dei cani non è continuo, sono guardiani e non conduttori, quindi la spettacolarità dei contrasti ai potenziali nemici del gregge non è così frequente. Ma è invece molto interessante poter studiare da vicino quali sono i comportamenti e le tattiche che questi cani “hanno nel sangue” e che adottano istintivamente, quasi come dei costanti preparativi, alla ricerca della posizione ideale che è quasi sempre un “punto alto” di avvistamento scelto in relazione alla posizione del gregge che pascola in quel momento. Questi punti più alti come un masso o il ciglio di una rupe sono prediletti dal capobranco.

 

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Quando arriva la minaccia parte prima la “fanteria”, i subordinati sono i primi a scattare e  compiono un tragitto, spesso in linea retta, che li pone in pochissimi secondi a metà strada tra l’intruso e la postazione occupata dal capobranco, il quale osserva la scena.

Spetterà a lui la decisione: se il pericolo sarà degno di considerazione partirà in men che non si dica per raggiungere i suoi subordinati e attaccare insieme a loro, altrimenti rimarrà lì e gli altri continueranno a tenere sotto controllo la situazione senza avanzare di un millimetro fino a cessato allarme.

 

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Per i cuccioli la vita è un pochino più facile: possono dormire e riposarsi di più durante il giorno e rimanere al campo con gli uomini, spesso Mansur prepara loro un miscuglio tradizionale che i piccoli bevono tutti insieme, avidamente, questo è così composto: acqua, sale, grasso di pecora e farina per aiutarli nella crescita. Una volta adulti dovranno cacciarsi il cibo da soli e in queste zone le marmotte sono tra le prede più ambite.

Alla sera però i giovani cani vengono allontanati dall’accampamento dai pastori stessi che in questo modo vogliono abituarli ad andare in giro nei dintorni per incominciare a far la guardia già in tenera età.

 

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Le zuffe sono piuttosto frequenti e anche in un ambiente così rozzo e duro, tutti accorrono per dividere i cani che non devono ferirsi senza una vera ragione.

I bambini condividono tutto con gli animali, cani compresi  e la loro vita è completamente intrecciata con gli avvenimenti e le avventure di un pascolo che oltre ad essere uno dei più alti del mondo è sicuramente anche uno dei più affascinanti ed antichi, giunto così come era fino ai giorni nostri.

 

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Sono stato per 12 giorni in alta quota, in una tenda, in compagnia di persone che hanno valori che a noi pare aver scordato, con cani e greggi, nella natura più aspra e selvaggia di un paesaggio rimasto pressoché intatto nei millenni.

 

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"…Ho attraversato fiumi a cavallo, mangiato zuppe di pecora che sembravano non finire mai, ma soprattutto ho avuto la fortuna di poter vedere cani meravigliosi, cani da lavoro, ormai scomparsi anche nei più rurali paesi d’occidente."

 

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Un ringraziamento particolare và a Mansur Tanokov e ad Elena Polshyna che hanno fatto di tutto per aiutarmi a fare questo viaggio, forse uno dei più duri e belli che abbia mai fatto, ad Orca, la mia prima cagna senza la quale non avrei mai conosciuto questi splendidi cani.

 

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E’ mattino presto quando tolgo i picchetti alla tendina rossa che si sgonfia di colpo come una “bolla che scoppia”, infilo tutto nelle borse e guardando il sole che sorge carico gli animali da soma… I cani sono tranquilli, con una certa malinconia saluto i cuccioli che sonnecchiano.

 

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Ci aspettano almeno quattordici ore di marcia e questa volta ho un asinello che mi riporterà a valle…

Mi domando quanti cani  a difesa di quanti altri greggi incontreremo durante la nostra discesa… butto giù veloce un sorso di tè e guardando l’asino che ho davanti gli chiedo con dolcezza se può gentilmente riportarmi a casa.

 

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Testo e fotografie di 

Francesco Spiaggia